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La Difesa Personale

In occidente lo sviluppo del concetto di Difesa Personale come metodo a sé ha origini relativamente recenti.

Una prima codificazione moderna dell’autodifesa risale al 1869, anno di pubblicazione del trattato “Boxe Libera” di Luigi Carmine.

All’epoca il concetto di difesa personale a “mani nude” riguardava esclusivamente gli uomini di estrazione sociale bassa o al più media, come potevano essere i commercianti costretti a viaggiare e a frequentare ambienti diversi e potenzialmente pericolosi.

Il problema si poneva in misura minore per le classi alte, che utilizzavano armi per risolvere le controversie e per difendersi dalle aggressioni.

Non riguardava certamente le donne, per il loro ruolo sociale che le esponeva meno di oggi alle aggressioni fuori dalle mura di casa. Di conseguenza il numero di coloro che potevano essere interessati a una trattazione teorica e didattica del problema era necessariamente piuttosto limitato.

Anche per quanto riguarda le tecniche di difesa personale, dal momento che nel XIX secolo erano ormai dimenticati gli stili di combattimento a “mani nude” che facevano parte del patrimonio marziale europeo, l’unico riferimento possibile, almeno nel titolo del trattato, era la boxe. Questa situazione rimane immutata fino agli anni ’50 del ventesimo secolo, quando due fenomeni, completamente indipendenti l’uno dall’altro, contribuiscono a cambiare radicalmente il concetto di autodifesa sia come bagaglio tecnico disponibile, sia come destinatari.

Le arti marziali giapponesi si fanno conoscere al grande pubblico europeo, con Judo, Aikido, Karate e Ju Jutsu, che esprimono teorie e pratiche di combattimento diverse dalla concezione occidentale, basata soprattutto sulla forza fisica. La disponibilità di tecniche orientali che oppongono alla sola forza fisica di un aggressore le virtù della strategia, della cedevolezza, del tempismo, ecc., consentono di superare condizioni inferiorità fisica che sarebbero penalizzanti a parità di bagaglio tecnico.

Difesa personale

Contemporaneamente la nuova struttura della società espone un numero crescente di persone al rischio di aggressioni, soprattutto nelle grandi aree urbane. Tralasciando le motivazioni sociali e culturali alla base di questa situazione, ci si limita a constatare come il problema sia andato aumentando in maggiore misura a partire dagli anni ’70 e riguardi soprattutto le donne, che statisticamente rappresentano le vittime più frequenti di aggressioni.

In questi ultimi tempi, a una reale necessità di autodifesa, spesso si è associata la moda del momento, e questa sovrapposizione ha decretato il successo della Difesa Personale, che in certe realtà è divenuta un vero e proprio fenomeno di massa.

Di conseguenza si è assistito a una trasformazione della Difesa Personale, che da un insieme di poche tecniche efficaci, è evoluta in una vera e propria disciplina di allenamento.

Tuttavia, si ritiene di poter individuare alcuni princìpi fondamentali che, al di là dell’aspetto puramente tecnico, devono costituire un riferimento continuo per l’insegnamento della Difesa Personale, a qualsiasi disciplina o tendenza del momento essa venga associata dalle varie scuole.

L’insegnamento della Difesa Personale deve sviluppare innanzitutto la capacità di una rapida e lucida interpretazione delle situazioni, che richiede la valutazione del rischio (errate valutazioni possono comportare conseguenze legali) e delle possibilità di successo (a volte conviene cedere per evitare guai maggiori).

Anche se la Difesa Personale è forse l’unica occasione per provare tecniche di combattimento in una situazione reale, deve essere sempre una risposta a un’aggressione per permettere alla vittima di mettersi in condizioni di sicurezza (con la fuga, con l’arrivo di soccorsi, ecc.). Non deve mai eccedere questo scopo né trasformarsi in una “punizione” dell’aggressore.

Quindi l’autodifesa non deve confondersi con l’impulsività e ha tra i suoi obiettivi fondanti quello di raggiungere una profonda conoscenza di se stessi e dei propri limiti.

In sintesi, al di là dell’utilità che può rivestire per risolvere situazioni spiacevoli o limitarne le conseguenze e dei benefici dovuti all’attività fisica in palestra, la Difesa Personale insegnata seriamente può arricchire l’individuo favorendone l’autocoscienza, l’autostima e la capacità di relazionarsi con gli altri.

L’azione di difesa personale, nella maggior parte dei casi, deve essere eseguita nella prima fase dell’aggressione. Infatti, un’eventuale immobilizzazione della vittima renderebbe molto difficile ogni ulteriore tentativo di reazione. Risulta molto importante, quindi, essere in grado di reagire prontamente al fattore “sorpresa”. In altre parole si tratta di riuscire a finalizzare quelle che sono normalmente le reazioni istintive a un’aggressione, in modo da renderle efficaci, trasformando un’azione spontanea in un gesto tecnico.

Le azioni spontanee di fronte a un’aggressione possono essere: correre, scalciare, urlare, mordere, spingere, tirare, graffiare. La loro formalizzazione in un gesto tecnico efficace si traduce in: calci, pugni, strangolamenti, leve articolari, proiezioni e in tecniche accessorie, quali ad esempio il grido. La Difesa Personale deve essere indirizzata verso tecniche che utilizzano colpi semplici ma efficaci, che sappiano sfruttare la reattività delle azioni istintive e naturali. Occorre precisare che un qualsiasi corso di Difesa Personale non può sostituire un regolare insegnamento di arti marziali, che normalmente richiede anni di pratica e di maturazione, anche se ne utilizza alcune tecniche.

D’altra parte i metodi acquisiti non sempre garantiscono la riuscita di un’azione difensiva in una situazione reale e non rappresentano l’unica soluzione applicabile per uscire da un’aggressione. Le tecniche di Difesa Personale possono provocare danni anche gravi e comportare responsabilità di carattere penale. Ne consegue che l’azione di Difesa Personale deve essere limitata: la sua efficacia è legata alla brevità di applicazione e al conseguimento di un risultato vantaggioso (creare l’occasione per la fuga, per chiamare aiuto, ecc.). Non meno importante dell’abilità tecnica è la capacità di valutare la situazione, al fine di rendere più efficace l’azione difensiva. Occorre valutare, ad esempio, se esistono alternative (possibilità di fuga, di richiesta di aiuto), le condizioni dell’aggressore (deciso, confuso, ubriaco, ecc.), le sue caratteristiche fisiche e l’abbigliamento (capelli lunghi che possono essere afferrati, protezioni come casco, scarponi, ecc.), se è armato. Non si devono dimenticare, inoltre, tutti quei comportamenti diversivi che possono risultare efficaci in determinate circostanze, che richiedono comunque ancora una volta l’attenta valutazione del contesto: fingere svenimento o stato di choc, urlare esageratamente, fingere passività per passare quindi a un’azione dinamica, cercare un dialogo con l’aggressore, ecc. Un’attenta analisi dell’aggressore è importante anche per fornirne una descrizione utile alla sua identificazione alle forze di Polizia. L’insegnamento della Difesa Personale è usualmente ordinato in corsi. Il corso è una successione preordinata di attività educative intese al raggiungimento di traguardi formativi prefissati.

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